DIPARTIMENTI

FEATURED

Le prospettive Filosofiche della Bioetica in Medicina


Abstract


La scienza e la tecnica sono interpretate da molti autori contemporanei come unica fonte di salvezza e da alcune correnti quali il Post-umanesimo come fonte di immortalità. La Medicina contemporanea si confronta e trae beneficio da questi sviluppi dell’ingegno, tuttavia la condizione di finitudine e di fragilità accompagna ora e sempre l’essere umano. Per tali ragioni, parallelamente all’inevitabile fluire della Storia, la Medicina del domani deve trarre linfa e sostentamento anche dai saperi antichi, dalla cultura classica, dalla Filosofia e dalla Teologia. Solo in tale contesto trovano risposta le domande di senso e di progettualità che caratterizzano la persona. I modelli antropologici del passato, pur attualizzati, rappresentano una costante e sono depositari di valori eterni in grado di conferire dignità all’essere umano.

Parole chiave


Le premesse


I saperi che da sempre accompagnano la storia dell’umanità procedono generalmente in modo autonomo, tuttavia vi sono inevitabilmente dei punti di contatto in quanto ogni forma di espressività ci riconduce alla persona.

Che si parli di fisica, di matematica, di giurisprudenza, di biologia, tutto converge in un unicum, ovvero la persona. A tale regola non fanno eccezione la filosofia e la medicina, le quali, unite all’origine della cultura umana, si sono nei secoli allontanate e riavvicinate. Oggi più che mai, in una società nella quale le tecnoscienze impongono le loro regole, ci si è resi conto che solo attraverso il recupero di una componente filosofica, la tecnologia può trovare una prospettiva di senso verso l’uomo.
È lecito affermare che vi sono entità come le malattie?
Che tipo di connessione c’è tra mente e corpo?
L’essere umano può essere considerato alla stregua di qualsiasi altro organismo vivente?
Che ne è allora di tutti i suoi timori, desideri, speranze e del suo stesso bisogno di libertà e giustizia?
Curando il corpo si cura anche l’anima?

Queste non sono domande metafisiche, ma quanto emerge dalla Medicina contemporanea, la quale tanto più vuole ribadire la sua scientificità, tanto più si rende conto di quanto necessiti di altri saperi. In realtà, ora più che mai, gli strumenti concettuali approntati dalle varie tradizioni filosofiche, quali empirismo e razionalismo, filosofia analitica ed ermeneutica, permettono di affrontare le sfide che a livello conoscitivo ed etico, emergono dal progresso stesso dell’arte medica.
La filosofia della Medicina, o meglio un nuovo e rinnovato interesse della Medicina moderna nei confronti delle questioni filosofiche non costituisce un presupposto puramente accademico, ma invece può dare una mano sia a chi fa scienza, sia a chi lavora nella clinica per la soluzione dei problemi sempre nuovi sollevati dall’evoluzione continua ed inarrestabile della scienza. Che il malato sia qualcosa di più di un “orologio guasto” da riparare non è solo una nobile posizione etica e deontologica, ma un dato reale che scaturisce dalla relazione di cura e deve diventare la regola del rapporto tra medico-filosofo e il paziente.

I valori e le norme che sono incorporate nelle nostre istituzioni sociali e culturali e servono a regolare i rapporti tra le persone sono considerati una costruzione umana. Nondimeno essi sono oggettivi nel senso che costituiscono una realtà sociale e devono essere giustificati dal discorso razionale.
L’etica medica alla luce di una riflessione che passi attraverso la filosofia deve fondarsi sulla concezione, propria ad esempio di Kierkegaard e di Kant, dell’uomo come essere autoriflessivo, dotato di volontà libera. Di conseguenza le condizioni utilitaristiche devono cedere il posto a considerazioni riguardanti l’autonomia dell’individuo e la giustizia.

Come il medico – scrive Kierkegaard – può certamente dire che forse non esiste un solo uomo che sia completamente sano, così se si conoscesse bene l’uomo, si dovrebbe dire che non vive un solo uomo il quale non porti in sé un’inquietudine, un turbamento, una disarmonia, un’angoscia di qualche cosa che egli non conosce o che non osa ancora conoscere, in modo che, come il medico parla di una malattia che cova nel corpo, cova anche lui una malattia, cova e porta con sé una malattia dello spirito la quale ogni tanto, a guisa di lampo, fa sentire che c’è dentro.

Tuttavia il quadro valoriale appare oggi alquanto mutato.
Falsi bisogni e utopistici desideri sono creati e alimentati oggi dalla nostra società consumistica. Ciò vale per qualsiasi prodotto, dall’automobile al cellulare di ultima generazione, dal viaggio esotico alla borsa “griffata”; il superfluo viene considerato indispensabile. Anche la salute non è estranea a questa logica di mercato.
L’intervento terapeutico rischia così di perdere la sua connotazione di atto finalizzato a risolvere un problema prettamente sanitario ed assume i caratteri di un intervento volto principalmente a soddisfare un desiderio. Questa nuova tendenza rappresenta la prova tangibile di un ribaltamento di prospettive: dall’ippocratica medicina dei bisogni si è passati a quella dei desideri. L’atto medico deve pertanto considerare la valutazione di aspetti etici e giuridici che ne definiscono la sua legittimità, sollecitato non da una precisa esigenza di salute, ma da una volontà di “miglioramento” non strettamente necessario.

Sul piano deontologico viene spontaneo domandarsi fino a che punto sia lecito per il medico favorire che il desiderio del paziente si trasformi in un bisogno tale da richiedere una prestazione sanitaria di tipo voluttuario.
Ogni fase della vita è ormai medicalizzata. Fecondazione in vitro, madri surrogate, uteri in affitto, costituiscono la risposta a un forte desiderio di genitorialità, laddove i limiti fisiologici della natura sembrano impedirlo. Anche la gravidanza è diventata una patologia da curare. Molteplici esami e visite ricorrenti scandiscono freneticamente i mesi della gestazione. La sessualità è anch’essa sottoposta a bombardamenti farmacologici e chirurgici che arrivano fino al cambiamento di sesso.
I disturbi della menopausa trovano una risposta nelle pillole, come pure la senescenza. La malattia, la sofferenza e la morte sono così esorcizzate.
La farmacopea ha creato sostanze per migliorare ogni prestazione e per curare qualunque fragilità emotiva ed esistenziale. Dieci milioni circa di italiani ricorrono abitualmente ad ansiolitici, e anche i bambini e gli adolescenti non sono esenti da questo fenomeno. Le stime riferiscono che circa 800 mila entro i 16 anni di età assumono psicofarmaci.
Analoga evoluzione ha subìto la chirurgia, in particolare quella ricostruttiva.
La chirurgia plastica è principalmente estetica. Il presupposto è costituito da una mutata prospettiva di vita, da un impellente bisogno di preservare l’aspetto fisico dall’inesorabile incedere del tempo, o per correggere presunte imperfezioni. Ogni parte del corpo può essere sottoposta a trattamenti sia di tipo medico (somministrazione di botulino e di acido ialuronico, laserterapia), sia di tipo chirurgico (interventi al viso, al seno, all’addome).

Difficile, ma non impossibile uscire da questo circolo tutt’altro che virtuoso nel quale ci troviamo immersi, in quanto il mutamento di orizzonte modifica le attese: se i desideri vengono vissuti e interpretati come bisogni, assurgono a diritti e come tali devono essere pienamente soddisfatti.
La cosiddetta medicina dei desideri rientra in questa visione utopistica del mondo. Nata per rendere l’uomo felice ha in realtà creato nuove problematiche, non solo di tipo sanitario e medico-legale, ma anche e soprattutto esistenziale. Pensare di poter correggere e governare il nostro corpo e la nostra psiche in ogni sua fase ricorrendo alle tecno-scienze, si è rivelato illusorio. La prospettiva antropocentrica e totalizzante del dominio sulla vita, sulla morte ha assecondato il sogno prometeico dell’uomo, quale arbitro assoluto ed incondizionato del suo destino. Tuttavia, solo la piena accettazione del limite, la ricerca dei valori non effimeri, del senso più profondo, spirituale e trascendente, costituiscono i presupposti inalienabili per vivere la vita in modo completo e autentico e plasmarsi al suo naturale e fisiologico divenire.
In tale contesto, al fine di inquadrare e delineare al meglio le varie componenti, si unisce un altro aspetto, e cioè la questione religiosa, ovvero l’atteggiamento che l’uomo contemporaneo ha nei confronti della fede. Questa visione inevitabilmente condiziona il pensiero: l’atteggiamento del materialismo ateo si pone in netto contrasto con la prospettiva della fede.
Le religioni hanno proprie concezioni della nascita, della malattia, del dolore e della morte, ricorrono a linguaggi simbolici peculiari, assumono atteggiamenti e usanze differenti, pur concordando spesso nel loro significato più intimo e profondo. La malattia diventa così uno dei momenti privilegiati di incontro tra esseri umani appartenenti a culture e tradizioni eterogenee. Anche nel terzo millennio l’uomo tecnologico è posto di fronte alle domande di sempre e vive il perenne mistero della sua vulnerabilità e finitudine. Per i medici e gli operatori sanitari è ormai esperienza quotidiana rapportarsi con queste nuove realtà, dover attendere a esigenze impreviste e imprevedibili che nascono da diverse consuetudini e pratiche, tra cui le abitudini alimentari, l’assistenza, la cura e l’accompagnamento alla morte. Da ciò la necessità, anzi l’urgenza di un sapere filosofico e bioetico che affianchino la Medicina e contribuiscano con la loro prospettiva ad una sua ridefinizione, sia nell’approccio che nei suoi significati.

Medicina, Filosofia e Bioetica


Medicina, Filosofia e Bioetica devono confluire nel ridefinire il valore della persona, rappresentare un’unità inscindibile e costituire un dualismo dialogico e sinergico, in grado di superare i pregiudizi, i particolarismi, i confini ideologici, religiosi e statuali.

L’uomo, come affermava Kant, deve essere fine e non mezzo, deve rimanere il punto fermo, il valore assoluto al quale fare riferimento, la misura di tutte le cose, ora e sempre. Ancora oggi infatti l’espressione dignità umana è ambigua. Benché si registri un consenso generale sul riconoscimento della dignità (chiunque si sentirebbe di sottoscriverne l’appello senza alcuna riserva), non è affatto scontato il significato dell’espressione. Si avverte il rischio che il riferimento alla dignità diventi un’etichetta vuota di significato. Anche se si riteneva di aver ormai raggiunto un’etica minima comune nella “fede secolare” dei diritti umani e della dignità umana, sarebbe un errore considerarla un’acquisizione scontata, sulla quale non vale la pena spendere ulteriori riflessioni. È indispensabile ora più che mai, proprio di fronte alle recenti trasformazioni sociali e alle nuove possibili manipolazioni della vita, ricercare una risposta ai seguenti interrogativi: che cosa significa propriamente “dignità”? perché la dignità va riconosciuta all’uomo? quale il fondamento della dignità umana? La disciplina che oggi è maggiormente implicata nella tutela della vita è senza dubbio la Bioetica che, nata per rispondere ai dilemmi scaturiti dal rapido e tumultuoso progresso scientifico, si è trasformata in un ponte indispensabile tra i saperi e come tale in grado di salvaguardare l’uomo nella sua totalità.
Il riferimento alla dignità dell’uomo, come testimoniano anche i più recenti documenti della bioetica internazionale, è determinante per lo sviluppo della società e per la tutela dei diritti.
La persona umana rappresenta il fondamento della società; riaffermarne il valore, secondo i principi di uguaglianza e di non discriminazione, rappresenta un’urgenza non solo in campo biomedico, ma anche nella cultura odierna segnata dallo sviluppo tecnologico e dal rischio che comportano le tecnologie stesse, caratterizzate da una persistente ambivalenza: esse possono infatti mettere a disposizione nuove risorse per la cura e la salute, ma anche comportare applicazioni distruttive, alimentando una cultura di morte.
L’imperioso sviluppo tecnico-scientifico e la cultura postmoderna, smaniosa d’instaurare un pensiero debole, senza verità condivisibili di riferimento, imposero nel secolo scorso un destabilizzante capovolgimento di prospettiva nel vissuto sociale. L’uomo s’illuse di diventare padrone assoluto ed incontrastato della natura, possessore di un bagaglio valoriale autoreferenzialmente esprimibile. Si trovò ben presto sottoposto al predominio della tecnica, in balia di se stesso, misero ingranaggio di un processo produttivo e di un vivere sociale senza meta. Molti avvertirono un grave disagio. Particolarmente illuminante fu l’opera di Van Rensselaer Potter che coniò il neologismo bioetica e favorì il sorgere di una nuova disciplina che, come indica M.P. Faggioni nella sua felice definizione, ha «il compito immane e affascinante di dare pienezza di senso alle nostre conoscenze nel campo delle scienze della vita e della salute e orientare l’espandersi delle conoscenze tecniche e scientifiche verso il bene autentico ed integrale dell’uomo, rispettando gli equilibri naturali del pianeta nel contesto dei quali si dispiega la sua avventura».
La Medicina ha profondamente mutato l’aspettativa di vita nel mondo occidentale. Patologie un tempo inguaribili sono state debellate, altre curate con appropriatezza si sono cronicizzate permettendo una qualità di vita dignitosa. La medicalizzazione coinvolge l’uomo del XXI secolo in ogni fase della sua esistenza: dalle origini della vita sino alle fasi ultime, passando inevitabilmente dal suo divenire. L’età media si è così progressivamente allungata (83 anni circa per le donne e 77 per gli uomini), vi è ormai non solo più la terza, ma anche la quarta età e solo quest’ultima si identifica con la vecchiaia.
La Medicina ha percorso due strade, da un lato l’olismo, cioè il vedere i pazienti come un tutt’uno con la loro malattia. Un organo danneggiato conduce inevitabilmente ad un danno con ripercussioni su tutto il corpo. Dall’altro lato, la Medicina riduzionistica fatta di specialità ed ultra-specialità. Ambedue le strade sono feconde di risultati, l’una non esclude l’altra. Basti pensare alla scienza dei trapianti resa possibile da un sistema sanitario efficace ed efficiente, ricco di risorse economiche, all’interno del quale si muovono operatori competenti. Quarant’anni fa Barnard eseguiva il primo trapianto di cuore. Molta strada è stata fatta da allora. Oggi un trapianto non è più un evento eccezionale e molti possono beneficiarne. L’etica del dono e della solidarietà raggiungono qui uno dei punti più elevati, ove le istanze del singolo trovano pieno compimento all’interno di una società sensibile e recettiva. Molti sono i dilemmi con cui la nuova disciplina costantemente si deve confrontare.
Le difficoltà sono prima di tutto interne al suo metodo d’indagine. Alcuni la screditano riducendola al rango di cenerentola etica, atta unicamente ad avvalorare col suo permesso tutte le sperimentazioni che nei laboratori si stanno conducendo. Se questo fosse veramente il suo compito, il servizio che essa renderebbe alla collettività sarebbe per certi versi risibile e sicuramente dannoso. Diverrebbe, infatti, manifestazione anti-etica per eccellenza di quel narcisistico delirio scientifico che crede di essere autorizzato a fare tutto ciò che tecnicamente è possibile fare. Al contrario è più consono individuare la bioetica come un’etica applicata al regno del biologico. Essa, come suggerisce A. Pessina, è disciplina architettonica. Utilizzando una metodologia interdisciplinare, s’avvale dei contributi di biologi, medici, genetisti, ecologi, zoologi, giuristi, filosofi, antropologi, sociologi, teologi, psicologi. Allo stesso tempo «non può essere concepita come un semplice confronto tra le diverse opinioni e le varie posizioni etiche esistenti, ma, dovendo suggerire valori di riferimento e linee di scelta operative, dovrà impegnarsi a fornire risposte obiettive fondate su criteri razionalmente validi». Questo compito è difficilmente realizzabile nel contemporaneo «cacofonico pluralismo delle grammatiche etiche» dove abbonda il «soggettivismo radicale» e «la ragione acquista unicamente un ruolo strumentale, deputato a controllare la coerenza interna e la correttezza formale degli asserti etici». Preoccupa, inoltre, l’approccio antropologico diversificato che mette troppo spesso in ombra l’autentica natura della vita umana meritevole di tutela indipendentemente dallo stato di sviluppo o dalla manifestazione di determinati caratteri e proprietà. L’antropologia riduzionista nega, infatti, che l’essere umano sia persona sin dal momento della fecondazione. Lo diventerebbe solo successivamente. Al contrario, la prospettiva espansionista estende il riconoscimento dell’essere personale agli esseri umani non esistenti (le generazioni future), agli extraterrestri, agli animali, ai robots e alle intelligenze artificiali. Entrambe le posizioni rendono problematica l’individuazione dei confini della persona mettendo in dubbio il significato e il valore della vita umana prenatale, neonatale, postnatale, terminale, gravemente malformata e handicappata.

Conclusioni


Filosofia, Bioetica e Medicina possono e potranno rappresentare la via maestra per tutelare la vita, per far recuperare all’uomo la dimensione del limite e della finitudine, cioè una coscienza critica fondamentale per proteggere l’umanità e la vita debole dal delirio di onnipotenza del potere tecnocratico.

«Sento forte il desiderio di svelare la mia fragilità, di mostrarla a tutti coloro che mi incontrano, che mi vedono, come fosse la mia principale identificazione di uomo, di uomo in questo mondo. Un tempo mi insegnavano a nascondere le debolezze, a non far emergere i difetti, che avrebbero impedito di far risaltare i miei pregi e di farmi stimare. Adesso voglio parlare della mia fragilità, non mascherarla, convinto che sia una forza che aiuta a vivere. La fragilità rifà l’uomo, mentre la potenza lo distrugge, lo riduce a frammenti che si trasformano in polvere».
La fragilità è una condizione connaturata all’esistenza, legata indissolubilmente alla finitudine umana, alla precarietà del tempo e delle condizioni.
Ci interpella, pone in essere questioni di senso, della precarietà, della provvisorietà, dell’hic et nunc. È al contempo una dimensione ontologica, che accompagna da sempre l’uomo nei suoi molteplici modelli antropologici. Esiste una fragilità legata alla biologia e quindi consequenziale all’evolvere naturale del tempo (infanzia, adolescenza, maturità, senescenza) alle malattie, alla sofferenza, alla morte. Sono le declinazioni più o meno conclamate, e cioè le patologie del corpo, della mente e dell’anima. Sono le dipendenze da alcol, da droghe, da farmaci, ma sono anche le disabilità. Vi è poi una fragilità meno visibile, esistenziale e sociale, legata all’essere ed al suo agire nel mondo. Martin Heidegger ben riassumeva questa dimensione quando definiva l’uomo come “Essere-per-la-morte”, “gettato nel mondo”. Paura, angoscia, tristezza e insicurezze permeano e accompagnano tutta la nostra vita.
La condizione umana – afferma Andreoli – gira attorno alla morte, alla paura della morte. «La percezione della fine è dentro ciascuno di noi, è uno stigma della specie, un marchio della sua caducità. Ecco la condizione umana, ecco il prossimo secondo di ciascuno di noi, il futuro possibile che ci attende. E in questa condizione come è possibile dimenticare la fragilità? Come è possibile vivere il presente senza tenere conto che è ancorato all’attimo successivo in cui può accadere di tutto, ogni forma di disgrazia e di perdita? Come vivere senza considerare il senso della vita, la sua precarietà? Di fronte a queste domande, che nascono dalla paura e dal dolore, persino la potenza appare fragile».

Una società fragile non è una società debole, semmai è una società saggia.
La fragilità porta alla saggezza, a vedere il limite della ricchezza e del potere, a sentire il dolore nella sua drammaticità e nel suo mistero. È bellissima l’idea dello scambio di fragilità visto come scambio di forza di vivere. La finitudine si apre alla dimensione relazionale, supera i confini dell’io e si apre all’altro, al noi, cioè alla realizzazione di sé nella comunità, nella polis.

Se il compito precipuo della bioetica – sostiene il compianto Elio Sgreccia, padre della bioetica italiana – è di mettere in rilievo che gli scopi ultimi sono di preservare le libertà e le sicurezze di tutti, cioè di proteggere e favorire il dispiegarsi storico della dignità umana e di garantire, nei limiti del possibile, l’esercizio dei diritti di tutte le persone coinvolte, i diritti dell’uomo sembrano una via percorribile, forse quella di elezione.
In un futuro prossimo, la riflessione bioetica potrà svolgere un ruolo fondamentale nel sostenere e diffondere i valori della dignità umana e di garantirne al tempo stesso la qualità, l’inviolabilità e la sacralità. Lottare per il rispetto dei diritti dell’uomo costituisce pertanto la via d’elezione, sia per la soluzione dei problemi emergenti che per un progetto volto alla creazione di un mondo di bene, di giustizia e di pace.

I valori antichi della fratellanza, dell’amicizia, della solidarietà e del bene comune possono recare linfa nuova e cementare una società in tumultuoso divenire, pluralista e globalizzata, che rischia di smarrire il fine ultimo del suo esistere: l’Uomo.

Bibliografia


AA.VV., (a cura di E. Larghero – M. Lombardi Ricci), Bioetica tra passato e futuro, Effatà Editrice, Cantalupa (To), 2020.
AA.VV., (a cura di M. Lombardi Ricci-G. Zeppegno-S. Lepore), Scienza e tecnica. Quale potere?, Studia Taurinensia, Effatà Editrice, Cantalupa (To), 2019.
Bauman Z., L’ultima lezione, Editori Laterza, 2018. Serafini S., La Bioetica in Italia, Studium Edizioni, Roma 2019.
Sgreccia E., Contro vento, Effatà Editrice, Cantalupa (To), 2018.

Sitografia


www.bioeticanews.it



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