DIPARTIMENTI

FEATURED

Sul rapporto Filosofia-Medicina


La riflessione filosofica sulla medicina lascia emergere alcuni paradossi. Da un lato, è questo l’ambito in cui più forte e incoercibile si avverte l’esigenza del rigore e della scientificità, fino al punto da degradare a mera ciarlataneria, a imbroglio sistematico e deviante, qualunque approccio che anche solo vagamente sembri contraddire i protocolli posti alla base della ricerca. Ma dall’altro lato ogni tentativo di riconoscere alla medicina uno statuto compiutamente scientifico, facendo di essa una disciplina paragonabile alle hard sciences, è inevitabilmente esposto al naufragio.

L’esigenza della scientificità, ricalcata sul modello delle indagini che hanno a oggetto la natura “fisica”, confligge frontalmente con l’ineliminabile aleatorietà delle acquisizioni, e più ancora con l’incertezza dei risultati raggiunti. Vorremmo – questo è certo – poter disporre di un assetto paradigmatico universalmente valido. Ci piacerebbe pensare che, sia pure limitatamente ad alcuni settori, i principali requisiti delle indagini scientifiche, quali l’universalità e la predicibilità, siano rintracciabili anche nell’esercizio della medicina. Ma poi dobbiamo arrenderci di fronte all’evidenza di un “sapere” irriducibile ad ogni tentativo di assiomatizzazione, costitutivamente esposto allo scacco.
Considerazioni non meno problematiche sono suggerite dalla riflessione sulla nozione di salute. Indeterminata ed elusiva, nella sua personificazione mitica nella figura di Igea, la salute appare oggi una nozione quasi impossibile da definire, senza incorrere in equivoci o contraddizioni. Legata a condizioni storiche e ambientali determinate, comunque irriducibile ad una “misura” oggettivamente definibile, la salute si presenta con i caratteri di nozione residuale o negativa, come “assenza” di qualcosa (la malattia), più che come presenza di dati assoluti. Ne consegue una implicazione paradossale, relativa allo statuto e alla funzione della medicina. Essa persegue infatti un obbiettivo – la salute, appunto - che tuttavia non è in grado di definire.

Vi è poi non meno importante un problema sollevato nei Dialoghi di Platone, là dove si distinguono tre specie di movimenti. Alla “terza specie” dei movimenti – quella “curativa, mediante la purgazione farmaceutica” – si deve ricorrere soltanto in casi di assoluta necessità. Importante è precisare per quali motivi Platone suggerisca di limitare al minimo l’uso dei farmaci. Le medicine, infatti, possono “irritare” le malattie, alterandone il corso naturale. Non si tratta di una generica raccomandazione ad un’utilizzazione sobria dei farmaci. Ciò a cui Platone si riferisce è più specificamente un modo di concepire la “natura” che include – come suo aspetto costitutivo e ineliminabile – anche l’insorgere delle malattie.

Condivisibile o meno, l’impostazione platonica è chiara. Come vi è un “destino” che stabilisce già dall’origine quale debba essere la durata della vita di una specie, o di un singolo individuo, allo stesso modo lo stato di salute di ciascun essere vivente è in qualche modo già “scritto”. Intervenire con pharmakeiai, pretendendo di alterare il corso naturale della vita a ciascuno assegnata, può sortire solo effetti negativi. Nella tensione risorgente fra physis e techne, il farmaco segna il massimo sforzo – intrinsecamente sacrilego – della tecnica ad imporsi sulla natura.

Il carattere irriducibilmente ambivalente di tutto ciò che riguarda la medicina, doppia nella sua nascita (la vita di Asclepio generata dalla morte di Coronide), nell’identità del tutore (un centauro, mezzo uomo e mezzo animale), nelle potenzialità del farmaco (veleno e insieme antidoto), nel suo statuto (tecnica e arte), nelle sue finalità (una salute mai riducibile a stato), fa emergere un problema di fondo, al quale sono dedicate le pagine conclusive del libro, riassumibile nei seguenti termini. La chirurgia, intesa etimologicamente come lavoro (ergon) della mano (cheir), deve essere considerata non come una semplice “applicazione”, ma piuttosto come compimento e destino della medicina. In se stessa, la medicina è chirurgia, in quanto massima valorizzazione della combinazione fra mano e intelletto.


1° Per un più ampio sviluppo, e un più analitico approfondimento, degli spunti qui indicati rinvio al mio Le parole della cura. Medicina e filosofia, Raffaello Cortina Editore, Milano 2017.





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